Moda sostenibile: perchè è necessaria.
La fast fashion – letteralmente “moda veloce” – offre una disponibilità costante di nuovi stili di abbigliamento a prezzi molto bassi: un risparmio per chi compra che cela un colossale prezzo nascosto, un debito contratto automaticamente verso l’ambiente e verso la società.
L’impatto ambientale
Il fenomeno della moda a basso costo ha inevitabilmente portato a un forte aumento della quantità di capi prodotti: abiti venduti e resi subito, accessori progettati per durare una stagione e poi finire in discarica o nel Sud del mondo.
Con produzione di massa, bassa qualità e prezzi irrisori, l’industria del fast fashion genera enormi quantità di rifiuti e inquinamento, con un impatto ambientale e sociale devastante.
A livello globale, l’industria della moda è responsabile della produzione di oltre 40 milioni di rifiuti tessili ogni anno, la maggior parte dei quali finisce in discarica o incenerita.
Nella sola Unione Europea, ogni anno vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona) meno dell’1% delle quali viene riciclato per creare nuovi capi.
Si stima che il solo settore moda sia responsabile di oltre il 10% delle emissioni globali di carbonio, più di voli internazionali e spedizioni marittime messi insieme!
La produzione tessile è inoltre responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale delle acque pulite dovuto ai prodotti chimici e additivi utilizzati nella tintura e finissaggio. Ci vuole molta acqua per produrre tessuti, oltre a terra per coltivare cotone e altre fibre.
L’impatto sociale
La moda low cost offre tutti i capi di maggiore tendenza reperibili ovunque e a basso costo. Ma a fronte di un risparmio immediato per l’utente, esiste un costo molto più alto non solo per l’ambiente, ma anche per l’uomo.
Questo modello di consumo totalmente insostenibile cela infatti anche gravissimi impatti sociali, con lo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse dei Paesi più poveri, a discapito di etica e diritti umani.
Uno degli argomenti più urgenti con gli interlocutori del fast fashion sono proprio le questioni etiche: le loro fabbriche acquistano le materie prime per la quasi totalità nei Paesi in via di sviluppo, e per la produzione massificata non sono da meno.
Per poter infatti ammortizzare i costi e massimizzare i profitti, le aziende fast fashion ricorrono ai paesi dove il costo della manodopera è più basso e le condizioni di lavoro più precarie, con politiche di sfruttamento sistematico dei lavoratori e dei loro diritti.
Cambiare si può.
In antitesi alla moda di massa, la moda circolare diventa un’alternativa necessaria.
Tramite il recupero e il riuso è possibile limitare gli sprechi, e con loro l’insostenibile impatto ambientale causato dall’altra faccia di una moda che diventa sempre più inaccettabile.
Con il ritorno all’artigianato e alla manifattura sartoriale, la qualità del lavoro è garantita e si riflette nella qualità di ogni creazione, che diventa sinonimo di rispetto non solo per il lavoratore, ma anche per l’utente finale.
La strada non sarà breve, e occorre anche sensibilizzare il pubblico verso un consumo più consapevole e più giusto, rimarcando come il basso costo del fast fashion sia quanto mai effimero e celi un debito e una responsabilità molto più alti.